Lettera sul femminicidio di Guido Marmorini classe 4B a.s.2023/24

 

Non è roba da donne

Da inizio anno in Italia sono state uccise già 105 donne e quello di Giulia Cecchettin rappresenta l’ennesimo caso di femminicidio. Secondo un report del Servizio analisi criminale della polizia l’82% di questi femminicidi sono avvenuti in contesti familiari o affettivi, spesso per mano del partner o ex partner. Un Paese intero si è fatto, finalmente, delle domande. È chiaro che la rabbia sia tanta per il femminicidio di Giulia Cecchettin. Ed è chiaro che la richiesta di una parte della società all’altra sia totalmente lineare e intoccabile: “non voltatevi dall’altra parte”. È la volta buona che questo grido di aiuto venga ascoltato per davvero. Non con storie a sfondo nero su Instagram, ma con azioni concrete, ogni giorno. Perché il silenzio, su certi argomenti, inizia a diventare complicità. Elena, sorella di Giulia, in occasione della fiaccolata che  ha coinvolto migliaia di persone a Vignovo ha detto: “Filippo Turetta non è un mostro, è il figlio sano della società patriarcale che è pregna della cultura dello stupro. Il femminicidio non è un delitto passionale, è un delitto di potere. Non fate un minuto di silenzio per Giulia, ma bruciate tutto. Ora serve una sorta di rivoluzione culturale.” Molti uomini hanno commentato queste parole dicendo che non sono vere. Invece, da uomo, io dico che lo sono. La verità è che è più facile dire che non è così, che è tutto inventato, che non c’è una cultura maschilista. È più difficile però farsi un esame di coscienza, pensare a tutte quelle volte in cui abbiamo fatto una battuta su una ragazza che andava un po’ troppo oltre il classico umorismo o non abbiamo ripreso un nostro amico quando ha parlato di quella sua ex come se fosse stato un giocattolo che, dopo un po’, ha deciso di buttare. Allora, però, da dove provengono tutte queste lacune sociali e culturali; da dove provengono questi gesti che al giorno d’oggi sembrano il leitmotiv di una società che non sembra voler cambiare. Oggi ci sono finalmente l’attenzione e i mezzi per spingere ognuno di noi a guardarsi dentro, capire dove sono gli errori e provare con urgenza a rimediare da essi. Si sono dette molte cose nelle ultime ore. E tra queste voci non mi ha lasciato indifferente quello che ha detto Cristiana Capotondi: “Il meccanismo da spogliatoio si è rinnovato. La musica trap l’avete ascoltata? Quella che ascoltano gli adolescenti? Di cosa ci sorprendiamo poi se un ragazzo di 22 anni le donne un oggetto tale per cui può toglierle la vita?” Purtroppo, come spesso accade, alcune persone distolgono l’attenzione dall’argomento principale per mettere dentro una cosa così piccola. Perché è vero che dobbiamo ridiscutere tutto e allora nulla e nessuno è esente, ma è anche vero che forse, con queste parole, Cristiana abbia mancato il punto. Più che pensare a una forma di “censura” più o meno esplicita bisognerebbe educare le persone a comprendere bene il senso di tutte le arti. E allora ai bambini, sin dalla culla, bisognerebbe dire che se in un film vedi qualcosa non è un invito ad emularla. Se in un libro si racconta di un omicidio tremendo non è uno stimolo a replicarlo nella vita reale. Se in una canzone ascolti delle parole non devi sempre prenderle come un messaggio. Un po’ come quando nel wrestling c’era scritto enorme “non provare a farlo a casa tua”. L’arte (in primis la musica e gli idoli che essa produce che da qualche anno a questa parte sono il capro espiatorio di molte sconfitte sociali) non deve pagare il fallimento delle strutture educative convenzionali (la famiglia, la scuola, lo sport, e tutto il resto). L’istruzione, a questo proposito, è un elemento chiave che può indurre al cambiamento; infatti il Ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara presenterà il 22 novembre un nuovo progetto mirato a introdurre l’educazione sentimentale nelle scuole. E proprio da scuola e da casa deve partire questo cambiamento culturale radicale volto ad educare i ragazzi, che insegni loro il rispetto e l’utilizzo e la comprensione delle parole che troppo spesso vengono sostituite da atti di violenza, verbale e non. Tutto questo è un buon punto di partenza, ma non basta. Quando un uomo uccide una donna è perché non è in grado di essere umano, ma la sconfitta è di tutti e tutti dobbiamo muoverci collettivamente verso il riconoscimento di sé e dell’altro, ma per far sì che questo succeda ognuno di noi deve guardarsi dentro e riflettere. Perché non sei uomo se lasci che avvenimenti come questo ti scivolino addosso, non sei uomo se non ne parli, non sei uomo se ci ridi su, non sei uomo se prendi in giro chi ne parla e chi manifesta il proprio parere, non sei uomo se pensi che i femminicidi siano “roba da donne”. Ad uccidere Giulia è stata la cultura del “se l’è cercata”, della “gonna troppo corta” o dei “tacchi troppo alti”, siamo stati noi con la nostra indifferenza di fronte a simili episodi, alimentando ancora di più questa società ineguale. Tutto questo deve finire. Non voglio che una mia amica o la mia futura figlia debba avere paura di uscire la sera, che debba avere paura di dire di “no”, che non possa mettersi quel vestito perché “troppo corto”. Non voglio che sia una vittima. Non voglio nemmeno che un mio amico diventi un mostro, che pensi che “tutto è lecito” di fronte ad una donna, che ne abusi o che ne sfrutti le debolezze per manipolarla. O che la uccida. Con questa “lettera” non pretendo di cambiare il mondo, ma è una goccia nel mare, e nessuna goccia è inutile. Ognuno di noi è chiamato ad agire e a fare qualcosa perché solo così qualcosa potrà cambiare. Non rendiamo vana l’ennesima sconfitta.

Guido Marmorini 4B